Patrizia Foglia

Strofe in rima baciata: l’incisione tra conoscenza e passione nell’opera di Laura Stor

Farsi sorprendere da situazioni, oggetti, ambienti: è questa l’anima costitutiva di Laura Stor; come un moderno flaneur, lontano dalla voracità inconsapevole del turista o del passante indifferente, Stor ha compiuto negli anni un viaggio a ritroso nella memoria, verso le proprie origini triestine, per passare attraverso le suggestive atmosfere lagunari, i richiami del paesaggio carsico sino alle architetture rivisitate con stile personale della sua città di adozione, Roma. Pur raccogliendo l’eredità del più raffinato vedutismo italiano, quell’amore per il territorio che da sempre è stato oggetto di attenzione per generazioni di artisti, Stor se ne allontana, forte della sua visione del mondo che non ha nulla di descrittivo, di didascalico ma offre soluzioni reinterpretate, riplasmate, se si vuole rinnovate nella loro identità.

La versatilità che contraddistingue il suo percorso artistico non è rintracciabile esclusivamente nella scelta di tecniche o elementi diversi ma anche e forse soprattutto nella eterogeneità dei soggetti e nella varietà delle soluzioni, dai fogli di ampio formato, agli ex libris, dalle ampie realizzazioni alla riproposizione personale di dettagli decorativi, cari alla sua passione per la scultura e la modellazione.

Chi ha parlato di lei in passato ne ha descritto la sua natura mitteleuropea, la sua sobrietà, lo stile che mescola stimoli e suggestioni. Ci si imbatte, risalendo a ritroso lungo il cammino compiuto, in molti maestri e in molte scuole, ma si rintraccia sempre, nelle sue opere, un timbro esclusivo, proprio, unico, irripetibile.

Ci sono passaggi dell’esistenza in cui si sente la necessità di fermarsi a riflettere, raccogliendo quello che sino a quel momento si è prodotto, detto, trasferito, ciò che si è voluto comunicare agli altri e non necessariamente solo a parole. Perché il linguaggio grafico è vocabolario di anima e di mente, è quella sintesi tra la voce e il sentimento in un inscindibile dialogo tra se stessi e il mondo.

Partiamo quindi nell’appropriazione di questo universo personale, leggendo nelle opere quello che Stor ha voluto in questi anni dire a se stessa e a noi: colpisce senza dubbio la pluralità di tecniche e supporti, dalle matrici metalliche a quelle di cartone e linoleum, alla ricerca di sperimentazioni seppur nel solco della tradizione incisoria, nel possesso più intimo e profondo del linguaggio del segno. Acidature dirette si alternano a puntesecche, ceremolli, xilografie, acqueforti e acquetinte perché non è dato fermarsi nel cammino ma “parlare”, “dialogare” con gli elementi, dall’acido alla punta, agli inchiostri sino al metallo puro.

Il suo sguardo dall’alto, in opere come Arriva Natale, fotografico nel taglio prospettico, essenziale nella definizione degli elementi compositivi, restituisce con occhio felice e appassionato immagini di città altrimenti irrecuperabili, nella frenesia quotidiana di camminate anonime.

Ma il suo abbracciare teneramente una umanità discreta e quasi silente si palesa nella sua sincerità nella descrizione di interni familiari, negli occhi vispi e incuriositi dei gatti alle finestre delle case di via Ungaretti, negli anziani seduti in attesa o nei volti di giovani donne, complici di un destino comune. Con Stor si compie anche un viaggio oltre le montagne che circondano la sua Trieste, verso una storia fatta di colore, verso città come Praga o Salisburgo che hanno vissuto gloria e povertà, descritte con uno stile sintetico, che richiama la grande stagione delle avanguardie del Novecento. E se da Trieste talvolta ci si allontana da lei si torna, su un treno che sembra percorrere non solo spazi fisici ma anche dimensioni temporali.

Incuriosisce in alcuni suoi lavori la costruzione dello spazio: come non si possono catalogare gli usi di una lingua così è impossibile delineare un inventario del visibile. Ecco allora in Periferia o in Trieste retrò – La stazione marittima, due opere molto diverse tra loro per resa stilistica e tecnica esecutiva, due modelli di appropriazione dello spazio e di trasferimento entro i limiti imposti dalla matrice. Accanto a questo tipo di produzione si trovano poi indagini più intime come nelle figure di bambini o nelle raffinate Eva come serpente, La rana burana, Ore giapponesi.

Un altro aspetto va senza dubbio sottolineato nel cammino intrapreso da Stor: l’importanza della trasmissione delle competenze, il suo bisogno innato di trasferire passione, capacità, tecnica. Ecco allora l’artista divenire colui che aiuta i discenti a liberare la propria visione interiore, a trovare la propria strada, a confrontarsi con il mondo circostante, la storia, il passato e il presente, alla ricerca di una modalità espressiva. L’attività didattica è stata per Laura Stor importante in questi anni: tempo fa mi è capitato di vederla in azione nel suo laboratorio con gli allievi, stimolati dalla sua carica umana, dalla sua “voglia di fare” non comune, seppur sempre delicata, mai invadente.

Scriveva Merleau-Ponty che la visione dell’artista “non è più sguardo su un di fuori, relazione meramente fisico-ottica con il mondo. Il mondo non è più davanti a lui per rappresentazione”; egli nasce nelle cose che descrive, che interpreta, che fa vivere. L’artista deve essere così in grado di risvegliare nella visione comune delle potenzialità ancora dormienti non solo interpretative ma anche sensoriali, conoscitive.

Stor lo fa nelle prove in cui si confronta con testi letterari, con un mondo fatto di lettere, di altri segni grafici, un vocabolario diverso ma vicino a quello incisorio, in un dualismo che percorre l’intera storia dell’arte. Sono i testi a lei più cari, nei quali si è ritrovata, con i quali ha tessuto un legame profondo: anche in queste prove la versatilità stilistica è elemento distintivo.

Da Fontamara alla grande letteratura russa e inglese, da Prevert a Jane Austen, Stor ricostruisce quel legame tra parola e immagine che è all’origine della nascita dell’arte a stampa.

Difficile raccontare in poche parole il valore di una ricerca, trasferire qualcosa di intraducibile, dare corpo all’intangibile dimensione della creazione. Un’opera è immagine e voce di chi l’ha creata: parla dunque solo a chi è in grado di liberare la mente e l’anima nella disposizione dell’accoglienza. Le opere di Stor raccontano, come uno scrigno di oggetti preziosi, quell’estate trascorsa a Trieste, la pagina di libro letta e riletta, lo sguardo di un amico, la natura appena rinnovata della primavera romana. Le opere sono lapilli di una poesia non scritta ma immaginata, e si legano le une alle altre, anche a distanza di anni, come strofe in rima baciata.Strofe in rima baciata
L’incisione tra conoscenza e passione nell’opera di Laura Stor
Patrizia Foglia
Farsi sorprendere da situazioni, oggetti, ambienti: è questa l’anima costitutiva di Laura Stor; come un moderno flaneur, lontano dalla voracità inconsapevole del turista o del passante indifferente, Stor ha compiuto negli anni un viaggio a ritroso nella memoria, verso le proprie origini triestine, per passare attraverso le suggestive atmosfere lagunari, i richiami del paesaggio carsico sino alle architetture rivisitate con stile personale della sua città di adozione, Roma. Pur raccogliendo l’eredità del più raffinato vedutismo italiano, quell’amore per il territorio che da sempre è stato oggetto di attenzione per generazioni di artisti, Stor se ne allontana, forte della sua visione del mondo che non ha nulla di descrittivo, di didascalico ma offre soluzioni reinterpretate, riplasmate, se si vuole rinnovate nella loro identità.
La versatilità che contraddistingue il suo percorso artistico non è rintracciabile esclusivamente nella scelta di tecniche o elementi diversi ma anche e forse soprattutto nella eterogeneità dei soggetti e nella varietà delle soluzioni, dai fogli di ampio formato, agli ex libris, dalle ampie realizzazioni alla riproposizione personale di dettagli decorativi, cari alla sua passione per la scultura e la modellazione.
Chi ha parlato di lei in passato ne ha descritto la sua natura mitteleuropea, la sua sobrietà, lo stile che mescola stimoli e suggestioni. Ci si imbatte, risalendo a ritroso lungo il cammino compiuto, in molti maestri e in molte scuole, ma si rintraccia sempre, nelle sue opere, un timbro esclusivo, proprio, unico, irripetibile.
Ci sono passaggi dell’esistenza in cui si sente la necessità di fermarsi a riflettere, raccogliendo quello che sino a quel momento si è prodotto, detto, trasferito, ciò che si è voluto comunicare agli altri e non necessariamente solo a parole. Perché il linguaggio grafico è vocabolario di anima e di mente, è quella sintesi tra la voce e il sentimento in un inscindibile dialogo tra se stessi e il mondo.
Partiamo quindi nell’appropriazione di questo universo personale, leggendo nelle opere quello che Stor ha voluto in questi anni dire a se stessa e a noi: colpisce senza dubbio la pluralità di tecniche e supporti, dalle matrici metalliche a quelle di cartone e linoleum, alla ricerca di sperimentazioni seppur nel solco della tradizione incisoria, nel possesso più intimo e profondo del linguaggio del segno. Acidature dirette si alternano a puntesecche, ceremolli, xilografie, acqueforti e acquetinte perché non è dato fermarsi nel cammino ma “parlare”, “dialogare” con gli elementi, dall’acido alla punta, agli inchiostri sino al metallo puro.
Il suo sguardo dall’alto, in opere come Arriva Natale, fotografico nel taglio prospettico, essenziale nella definizione degli elementi compositivi, restituisce con occhio felice e appassionato immagini di città altrimenti irrecuperabili, nella frenesia quotidiana di camminate anonime.
Ma il suo abbracciare teneramente una umanità discreta e quasi silente si palesa nella sua sincerità nella descrizione di interni familiari, negli occhi vispi e incuriositi dei gatti alle finestre delle case di via Ungaretti, negli anziani seduti in attesa o nei volti di giovani donne, complici di un destino comune. Con Stor si compie anche un viaggio oltre le montagne che circondano la sua Trieste, verso una storia fatta di colore, verso città come Praga o Salisburgo che hanno vissuto gloria e povertà, descritte con uno stile sintetico, che richiama la grande stagione delle avanguardie del Novecento. E se da Trieste talvolta ci si allontana da lei si torna, su un treno che sembra percorrere non solo spazi fisici ma anche dimensioni temporali.
Incuriosisce in alcuni suoi lavori la costruzione dello spazio: come non si possono catalogare gli usi di una lingua così è impossibile delineare un inventario del visibile. Ecco allora in Periferia o in Trieste retrò – La stazione marittima, due opere molto diverse tra loro per resa stilistica e tecnica esecutiva, due modelli di appropriazione dello spazio e di trasferimento entro i limiti imposti dalla matrice. Accanto a questo tipo di produzione si trovano poi indagini più intime come nelle figure di bambini o nelle raffinate Eva come serpente, La rana burana, Ore giapponesi.
Un altro aspetto va senza dubbio sottolineato nel cammino intrapreso da Stor: l’importanza della trasmissione delle competenze, il suo bisogno innato di trasferire passione, capacità, tecnica. Ecco allora l’artista divenire colui che aiuta i discenti a liberare la propria visione interiore, a trovare la propria strada, a confrontarsi con il mondo circostante, la storia, il passato e il presente, alla ricerca di una modalità espressiva. L’attività didattica è stata per Laura Stor importante in questi anni: tempo fa mi è capitato di vederla in azione nel suo laboratorio con gli allievi, stimolati dalla sua carica umana, dalla sua “voglia di fare” non comune, seppur sempre delicata, mai invadente.
Scriveva Merleau-Ponty che la visione dell’artista “non è più sguardo su un di fuori, relazione meramente fisico-ottica con il mondo. Il mondo non è più davanti a lui per rappresentazione”; egli nasce nelle cose che descrive, che interpreta, che fa vivere. L’artista deve essere così in grado di risvegliare nella visione comune delle potenzialità ancora dormienti non solo interpretative ma anche sensoriali, conoscitive.
Stor lo fa nelle prove in cui si confronta con testi letterari, con un mondo fatto di lettere, di altri segni grafici, un vocabolario diverso ma vicino a quello incisorio, in un dualismo che percorre l’intera storia dell’arte. Sono i testi a lei più cari, nei quali si è ritrovata, con i quali ha tessuto un legame profondo: anche in queste prove la versatilità stilistica è elemento distintivo.
Da Fontamara alla grande letteratura russa e inglese, da Prevert a Jane Austen, Stor ricostruisce quel legame tra parola e immagine che è all’origine della nascita dell’arte a stampa.
Difficile raccontare in poche parole il valore di una ricerca, trasferire qualcosa di intraducibile, dare corpo all’intangibile dimensione della creazione. Un’opera è immagine e voce di chi l’ha creata: parla dunque solo a chi è in grado di liberare la mente e l’anima nella disposizione dell’accoglienza. Le opere di Stor raccontano, come uno scrigno di oggetti preziosi, quell’estate trascorsa a Trieste, la pagina di libro letta e riletta, lo sguardo di un amico, la natura appena rinnovata della primavera romana. Le opere sono lapilli di una poesia non scritta ma immaginata, e si legano le une alle altre, anche a distanza di anni, come strofe in rima baciata.

 

Annunci