Edoardo Fontana

Con la levità di una carezza

Un torchio calcografico nella sua mera apparenza è un piano di scorrimento che scivolando su binari trasporta una matrice inchiostrata sotto un rullo di metallo. Un foglio di carta inumidito e invitato dal feltro sovrastante, raccoglie, a seguito d’una forte pressione, l’inchiostro trattenuto dai solchi tracciati sulla matrice. Essa è dapprima ricoperta di cera e bitume resi scuri dal fumo, anche d’una candela, quindi graffiata per essere corrosa dall’acido. Eppure questa descrizione fredda, meccanica, tecnicistica spiega solo l’apparenza di un procedimento antico, l’acquaforte, sempre uguale a se stesso ma non il religioso sortilegio della riproduzione – misterica – dell’immagine.

Laura è acquafortista di caratura internazionale, ma non solo: è stampatore, è incisore tout court. Entrare nel suo laboratorio, e io ho avuto la fortuna e il privilegio di farlo, è un viaggio onirico attraverso la passione per l’arte e fin nel profondo della storia dell’incisione. In questa dimensione meravigliosa Laura, come un menestrello racconta, per mezzo di una sensibilità incorrotta e libera, il romanzo della sua vita. Un diario in cui paesi, luoghi visitati, affetti e memorie letterarie diventano incondizionatamente spartito su cui suonare una melodia lieve: la materia grezza, piegata alle sue esigenze, si illumina d’una eleganza rara e spensierata. L’atto creativo si manifesta attraverso un linguaggio che permette di trasformare un gesto in traccia, in messaggio. Il segno di Laura Stor non è quindi struttura, forma, ma solo il modo di un lessico colorato e gioioso. Ed è proprio il colore la costante, la traccia di riconoscimento: anche le stampe monocrome, acqueforti, acquetinte – difficile spesso stabilire un confine nella commistione omogenea delle procedure – attraverso un sapiente utilizzo delle morsure tonali presentano gradazioni di grigi e sfumature che citano l’acquarello con risultati non di rado straordinari. Laura eccelle nell’utilizzo della complessa tecnica a poupée che accorda, a costo di una lunga e laboriosa procedura, l’inchiostrazione policroma della medesima matrice con delicate tamponature, al fine di imprimere per mezzo di una sola lastra un’immagine a più colori.

E’ certo da porre l’accento sull’intensa attività di ricerca; essa si concreta in una investigazione permanente atta all’apprendimento e allo sviluppo di esperienze incisorie inusuali nonché il piacere per quel gioco quasi fanciullesco che pare meravigliarla ogni volta, presa nello stupore di avere sotto gli occhi una cosa nuova, emozionante: la creazione è sempre altro da sé e proviene da una dimensione parallela che l’intuito solo ha percepito.

Ecco quindi le puntesecche su plexiglass, le mascherine per ottenere effetti di velatura e contrasto. Oppure le incisioni sul cartone presspan graffiato con punte e intagliato da un temperino. Per ottenere neri densi e profondi, la superficie sottostante il primo strato lucido e impermeabile viene messa alla luce: essa trattiene grandi quantità di inchiostro che sono poi restituite alla carta. L’applicazione di strati di colla vinilica asseconda testure peculiari, ora vellutate, ora scabre, carsiche: romana d’adozione, Trieste le ha dato i natali, e mitteleuropee, secessioniste sono le sue ascendenze. L’assemblaggio di queste matrici con altre in linoleum ottiene effetti di tale originalità da non trovare nel paesaggio incisorio attuale nulla di affine. Le stampe che ne derivano, prodotte in un numero estremamente esiguo di esemplari a causa della deperibilità del supporto incisorio, sono solo una delle tante, poliformi, facies che la poetica di Laura Stor sa mostrare.

Più tradizionale ma non meno complessa la tecnica del legno perso applicata alla stampa dei suoi linoleum. La matrice è incisa progressivamente, e di volta in volta impressa colorando prima le aree ampie e più chiare fino ai segni più minuti e definiti. La problematicità di questo processo, che costringe l’artista a immaginare con grande concretezza l’effetto finale, ancora si complica a causa della complessa procedura di sovrapporre a registro la sequenza delle matrici, ridotto progressivamente, ovvero risparmiato il grafismo. Spesso sbigottisce, in un ambiente di grande specializzazione, come la vena di Laura si esprima invece, assenti cadute di stile, in un numero di tecniche profondamente distanti per scuola e forme espressive.

Risulta assai complicato, a me che la tengo in conto di maestra, concludere un testo che la riguardi: ogni volta che rileggo le mie note, che scruto un suo lavoro mi accorgo di una sfumatura di cui non ho dato conto, di un’idea che forse sarebbe stato il caso di sottolineare. Certo, considerando la mole delle stampe, il loro spessore tecnico, la piacevolezza dell’intuito descrittivo, resta la meraviglia. Innanzitutto di una competenza mai arida, ridondante, supponente, regalata con la spensieratezza di un buffetto, con la levità di una carezza.

 

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