Viana Conti

…una volta per la Garbatella

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Alta, sottile, elegante, triestina di nascita, romana di adozione, Laura Stor opera sull’area dell’incisione da vent’anni. Questo è il suo modo di raccontare e di raccontarsi, di rivisitare, attraverso luoghi della memoria, luoghi di famiglia, di rivivere, scrivendolo, il vissuto di cose, persone, tempi, storie. Laura Stor, artista di introspezione mitteleuropea, sensibile tuttavia al fascino della cultura mediterranea, ha sostituito alle pagine di un possibile diario carte e cartelle di incisioni. Apparentemente si muove di quartiere in quartiere, di città in città, come una fotoreporter americana, pronta a catturare angoli di uno scenario quotidiano di vita e di ambiente. In realtà la sua attitudine è quella opposta di farsi sorprendere dai soggetti che, via via, la inducono allo scatto, che, in un fitto dialogo senza parole, rispondono alle sue domande, la dispongono emotivamente al racconto. A Genova, dopo un incontro con gli architetti Luca Mazzari e Liliana Leone, ha deciso di raccontare un quartiere romano, facendone, con un suo lavoro di sguardi, di riprese, di trascrizioni, un affresco multimediale, che si solleva dal terreno, risale le pareti, dove si allineano le soluzioni grafiche, si scandisce attraverso la proiezione di mappe di segni e scritture da osservare guardando in alto, appunto a … una volta per la Garbatella. Si tratta di uno straordinario quartiere romano anni Trenta, a più livelli risolti in scale, giardini, stenditoi, diviso in lotti numerati, nato come popolare, ma disseminato di fregi, portali, doccioni, che rinviano a stili più aulici, accompagnandosi tuttavia a una miriade di camini tutti diversi tra loro. Ecco un prato verde cintato, la presenza familiare di una fontana dal nome di donna: La Carlotta, che giorno e notte dispensa intorno a sé la sua canzone liquida. Duplice è la soluzione grafica: le incisioni ad acquaforte con interventi a rotella e acidatura diretta sulla lastra di zinco, restituiscono, in una gestualità quasi automatica, visioni d’insieme, mentre le zoomate sui dettagli, avventure di superfici materiche, di campiture pittoriche, vengono raccontate da incisioni su matrici di cartone. Nella prima versione tecnica l’esito è di una scrittura rapida, asciutta, sensibile, nella seconda versione, che focalizza una grondaia zoomorfa, un portabandiera in ferro battuto, capitelli, timpani, portali, l’esito è di una drammatizzazione del chiaroscuro, dei volumi, dagli intensi e misteriosi effetti gotici. Non stupisce che, tematizzando l’architettura come visione e come possibile reimpaginazione attraverso uno sguardo altro, ne sia derivata l’occasione di una mostra non convenzionale, trasgressiva anzi nella seducente scelta di una messa in scena che, rinviando in qualche modo al clic fotografico, si smaterializza davanti allo spettatore in flash ritmati di luce e ombra.

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