Gabriele Simongini

Come una fiamma in un pezzo di ghiaccio …

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Nell’odierno stato delle cose forse non c’è niente di meglio da fare che dichiararsi inattuali, fuori dalle mode e dai sistemi, intenti più alla contemplazione che alla frenesia dell’attivismo. Almeno si ha la sicurezza che il vorticoso e folle girotondo di falsi miti che ci circonda, a forza di ruotare su sé stesso, si prostrerà, ormai esausto, ai nostri piedi. A parte ogni ironia, oggi più che mai inattualità vuoi dire autenticità e capacità di rimanere sé stessi. E ciò vale anche per l’incisione, in tutte le sue molteplici declinazioni tecniche, anche se molti la vedono ormai, sia pur a torto, come una sorta di inutile reperto archeologico.
Ecco, parlare con Laura Stor e vedere le sue incisioni significa entrare in una sorta di nicchia ecologica in cui prevale, ancora e per fortuna, il fattore umano. Le sue opere incise hanno ben poco di gratuitamente sperimentale anche se si muovono senza sosta, come un pendolo, fra tradizione ed innovazione. Sono, prima di tutto, frammenti lirici destinati ad altri esseri umani per stabilire una comunicazione di esperienze. Sono “costruzioni” disegni che mirano all’edificazione di valori in qualche modo certi, saldi, sia pur con una riservatezza minimale. Forse è proprio per questo che nelle opere incise da Laura Stor dominano i soggetti che esemplificano l’idea di costruzione: i paesaggi in cui si ammira l’opera della natura e gli angoli di città edificate dagli uomini.
Animata da una volontà d’acciaio, alta e sottile come una punta da incisione Laura Stor concepisce questa forma d’arte come un atto comunicativo. E per questo ama l’insegnamento, il contatto con chi vuol entrare nel magico labirinto delle tecniche grafiche, degli acidi, dei vari tipi di carta. Del resto la trasmissione di sapienza e di esperienza è la linfa vitale dell’incisione, innervata costantemente da questa particolare traditio legis. In tal senso chi pratica con costanza questa pratica creativa sa bene che il tempo è insieme maestro e giudice impietoso.
Chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire il percorso di Laura Stor per molti anni può notare che, a poco a poco, l’innata vocazione sentimentale e quasi elegiaca dell’artista si è liberata di qualsiasi espressione troppo edulcorata e meramente emotiva. Si è come purificata e delibata, asciugata ma non esaurita, anzi rafforzata nella sua essenza. E’ rimasta sempre una fiamma ardente, ma custodita in un pezzo di ghiaccio, quello saldamente costituito dalle ragioni della forma, perentorie e irte di ostacoli. Del resto, soprattutto nella tecnica dell’acquaforte, la forma sembra conservare una sostanza analoga a quella della matrice in metallo su cui è incisa e quindi “congela” i segni tracciati.
Nelle opere di questi ultimi anni il segno di Laura Stor è diventato più libero senza perdere nulla del suo rigore ma mirabilmente unendo l’analisi della notazione visiva, gli “obblighi” dei vincoli tecnici e l’impeto dell’emozione. Lo si vede bene, ad esempio, in opere come “II timpano”, della serie dedicata al quartiere romano della Garbatella, in cui trionfa la mobile docilità di un segno che sa essere di volta in volta evocativo, compendiario o risolutamente analitico. Spesso le composizioni sono più ariose che in passato, come è pienamente evidente, ad esempio, nel foglio del “Palazzo concavo”, colmo di forza architettonica e leggerezza, nell’unione di due estremi apparentemente inconciliabili.
Parecchi anni fa nella ricerca di Laura Stor si alternavano due aspetti: l’emozione idilliaca o nostalgica e la resa documentaria. Ora è innegabile un perentorio scatto in avanti verso più liberi territori dell’immaginazione,quelli in cui il visibile reca le tracce dell’invisibile. Forse Laura giungerà ad un’intensità simile a quella comunicata in poche parole, cent’anni fa, dal poeta e drammaturgo austriaco Hugo von Hofmannsthal in Lettere di un viaggiatore al suo ritorno: “La mattina, a volte, accadeva che la brocca e la bacinella, o un angolo della camera, con il tavolo e l’attaccapanni mi apparissero così irreali, così totalmente privi di realtà malgrado la loro indescrivibile banalità, quasi fantomatici e allo stesso tempo provvisori, in attesa, che per un istante si sostituivano, in qualche modo, alla brocca reale, alla bacinella reale, piena d’acqua…”. Se, nel caso di Laura Stor, mettiamo un’architettura o un paesaggio al posto della “brocca” e della “bacinella”, il gioco è quasi fatto.

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